Chiesa di Sant'Angelo

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Descrizione

Situata in piazza del Plebiscito, una delle piazze principali della città, la Chiesa di Sant’Angelo in Spatha a Viterbo ha origini molto antiche.

La sua esistenza, infatti, è documentata già da fonti del 1078, in cui si fa cenno a una sua precedente fondazione, mentre al 1092 risale la sua erezione a collegiata, ovvero sede di un collegio di presbiteri.

La chiesa risulta proprietà della famiglia Spatha, a cui deve il nome, dall’XI secolo: ulteriori informazioni si hanno sulla sua consacrazione, che avvenne l’8 maggio del 1145 per mano del papa Eugenio III, come ricorda un’iscrizione all’interno dell’edificio.

Un tempo situata all’esterno della cerchia muraria, la Chiesa di Sant’Angelo in Spatha nasce probabilmente come pieve del primo nucleo abitativo della città, per poi acquisire sempre maggiore importanza: davanti ad essa, infatti, si trovava il cimitero della città, Platea Sancti Angeli, che successivamente lasciò il posto agli uffici comunali tuttora presenti.

Arte e architettura della Chiesa di Sant’Angelo

L’odierno aspetto della chiesa è frutto di diversi rimaneggiamenti. Un primo restauro si ebbe in occasione della consacrazione del 1145, nel 1560 venne rifatta la facciata e rimosso il portico, nel XVIII secolo venne completamente ridisegnato l’interno, eliminando le tre navate e aggiungendo un campanile, ulteriori restauri si ebbero infine dopo i bombardamenti del 1944 e nel 2006.

Oggi, la Chiesa presenta una facciata a capanna, con tre finestre a triangolo in corrispondenza delle quali si trovano gli stemmi del papa Pio IV, della città di Viterbo e della famiglia Piccolomini.

Sempre sulla facciata si trova la copia di un sarcofago romano in cui si dichiarano conservate le spoglie della “bella Galliana”, fanciulla protagonista di una leggenda viterbese illustrata nelle lapidi sopra il sepolcro. All’interno, un’unica navata con volta a botte, sono conservate diverse opere d’arte: un fonte battesimale e un capitello di epoca romana, una Madonna con Bambino e un crocefisso di origine trecentesca, una Madonna con Bambino e Santi sull’altare maggiore di Federico Caparozzi.

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