Dalle “Tre torri” di Porta Romana al giardino del Sacrario

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Descrizione

Due torri in cima a tutto. Tempo della chiesa e tempo del mercante. In cima alle mura di Porta Romana, l’accesso da sud alla città di Viterbo. A fianco anche la statua di Santa Rosa, patrona della città, e le cannonate dell’esercito napoleonico che assediò Viterbo sul finire del XVIII secolo. Alle spalle della Porta la chiesa di San Sisto, uno dei capolavori assoluti dell’architettura viterbese. Da qui in avanti inizia la città.

Tempo della chiesa e tempo del mercante

Il campanile romanico e la torre delle mura trasformata poi in campanile successivamente. Entrambe parte integrante, oggi, della chiesa di San Sisto. Il primo esprime un tempo diverso dal secondo in cima al quale sta un orologio che porta con sé un altro modo di scandire il tempo. Rivolgendosi direttamente alla città e ai suoi abitanti. Perché le torri guardano verso l'interno, non l'esterno. Al tempo del mercante – scrive lo storico Jacques Le Goff – che “fonda la sua attività su ipotesi di cui il tempo è la trama stessa (creazione di riserve in previsione delle carestie, compra e rivendita nei momenti favorevoli, desunti dalla conoscenza della congiuntura economica, dalle costanti del mercato, delle derrate e del denaro, il che implica una rete di informazioni e di corrieri), si oppone il tempo della Chiesa, che appartiene solo a Dio e non può essere oggetto di lucro”.  

La parte monumentale e la parte medievale della città

Via Garibaldi e piazza Fontana Grande, Via Cavour e piazza del Comune. Poi a destra via Roma e Corso Italia. La parte monumentale del centro storico. A sinistra, da via San Lorenzo, quella medievale. Con il quartiere San Pellegrino, Palazzo dei Papi e Piazza San Lorenzo con la cattedrale e la curia vescovile. L’altro polo dell’urbe. Quello religioso. Dall’altro capo in linea retta il polo laico del potere civile. Palazzo dei Priori in piazza del Plebiscito. I portici e il punto d’ingresso, sotto l’arco, a via Ascenzi. Con la quinta torre lungo il percorso.

La terza è la Torre dell’impalcatura da cui il 3 settembre d’ogni anno, da secoli, muove il suo percorso la Macchina di Santa Rosa per un Trasporto che è entrato a far parte delle grandi macchine a spalla dell’Unesco. Portata da oltre cento facchini arriva alla basilica della Santa passando per il Comune per poi imboccare il corso e piazza del Teatro, dove sta invece l’Unione, teatro appunto cittadino. Inaugurato per volontà di 70 viterbesi in stile liberty e radicale. Ai tempi del Risorgimento che la città visse proprio lungo queste vie. Fino a Prato Giardino, piazzale Gramsci e Viale Trieste.

La quarta torre fa invece angolo tra via Roma e piazza del Comune. È della fine del XV secolo ed è alta 44 metri. La quinta sta invece poco più avanti, in via Ascenzi, parte integrante del Palazzo delle Poste costruito negli anni ’30. “Durare”, sta scritto in cima.

Cinque torri, cinque punti cardinali che descrivono altrettante forme di potere. Religioso, laico, popolare. Cinque punti cardinali, di cui uno in movimento. Quello della Macchina di Santa Rosa che si stacca dalla torre dell'impalcatura come fosse una proiezione della stessa e che dalla stessa trae origine e movimento.

Da Porta Romana al Sacrario: il percorso

Un percorso ideale che da Porta Romana arriva fino al Sacrario, passando per via Ascenzi lungo la quale si declina a sua volta un percorso intervallato dall'affaccio sulla via di Palazzo dei Priori, il palazzo  delle Poste, la chiesa di Santa Maria della Salute – con il suo eccezionale portale inquadrato in un paramento murario a scacchi bicromi, tra le opere del primo trecento più importanti di Viterbo – la chiesa degli Almadiani con la doppia facciata, il monumento ai caduti, con la sua cupola araba su un impianto architettonico brunelleschiano e, infine, nascosto, ma parte integrante del paesaggio, il palazzo ex Onmi in via Santa Maria in Volturno, uno degli esempi di architettura novecentesca nella città dei Papi più rilevanti.

A ridosso della piazza – piazza dei caduti – corre poi viale Marconi. Su quello che un tempo era il percorso del fiume Urcionio ricoperto, ma ancora presente, nel corso degli anni trenta del secolo scorso. Il fiume che divide in due la città. Da un lato i quartieri “ricchi” a sinistra della riva, con lo sviluppo popolare di San Pellegrino legato tuttavia a un tessuto antropologico che trova le sue radici nella storia di Viterbo. Dall'altro, quartieri, come San Faustino e il Pilastro da sempre legati a movimenti migratori strettamente connessi con le dinamiche economiche in corso.

Sul fiume ch'era una volta, e al netto delle architetture che hanno preceduto il novecento, si affacciano il monumento ai caduti e la chiesa degli Almadiani. Più a monte la chiesetta di Santa Maria della Salute. In mezzo, appunto, sta il fiume. Come fosse un piccolo giardino, chiuso a valle dal disegno quattrocentesco del sacrario dei caduti di tutte le guerre, in alto da Palazzo dei Priori, aperto invece verso Valle Faul dove l'Urcionio confluiva, diretto a Castel d'Asso.

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