La voce della pietra. Quando Facebook era sui muri

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Descrizione

“Se mi dici una cosa intelligente mi eccito”. Graffiti e scritte. La voce della pietra. Quando Facebook era sui muri delle città. Anche quella di Viterbo. Come sulle panchine di legno o in ferro, ai giardinetti pubblici negli anni ’80. Tanto tempo fa. Selvaggia chiarezza. Come i dentini dei bambini caduti e nascosti negli incavi delle pareti a pian terreno.

Alcuni i punti del centro storico di Viterbo dove è ancora possibile rintracciarle. Una dimensione nascosta che racconta il novecento in città. Le mura esterne al monastero di Santa Rosa, i varchi di accesso a Porta Fiorentina, via dell’Archetto a ridosso del Corso, i muri fuori dalle scuole, oggi muti, un tempo luogo di lotte e conflitti sociali in verticale. Destini incrociati.

“W il professionale in lotta”, sta scritto in un angolo di Piazza Dante dove oggi ha sede il liceo scientifico “Paolo Ruffini” e un tempo l'Istituto professionale per l'industria e l'artigianato (Ipsia).

Così come, questa volta istituzionale, sulla facciata del liceo classico “Mariano Buratti”, partigiano viterbese fucilato dai nazifascisti nel gennaio del 1944, è tornata ad affacciarsi la scritta “Casa del balilla”.

Degna di segnalazione anche la “pittura” in via Ascenzi, sul muro di Palazzo dei Priori. Quasi del tutto sbiadita. “Eltsin sei un eroe”. Inneggiante al primo presidente della Russia post comunista.

“Il tempo – scrive il filosofo francese Paul Ricouer – diviene tempo umano nella misura in cui è articolato in modo narrativo. Per contro il racconto è significativo nella misura in cui disegna i tratti dell’esperienza temporale”.

Accanto alla porta che apre al Monastero di Santa Rosa gestito dalle suore Alcantarine, nomi, voti e invocazioni scolpiti con un chiodo, oppure una delle chiavi di quei mazzi tozzi che pesavano come un colpo in saccoccia. A Porta Fiorentina si leggono invece i numeri degli scaglioni militari passati per la Vam fino agli anni ’90. Naja e guardie. Noia da scolpire a caratteri cubitali.

Sempre al Santuario. “Proteggimi Santa Rosa”. 1996. Un cuore. Dentro sta scritto anche “Settimio 1999”, tornato, forse, lì 3 anni dopo. Su quel muro in cima alla salita del Trasporto della Macchina dedicata alla Santa. “Salva Patrizia”. 2011. “Marco chiedi perdono per ciò”, poi il graffito si interrompe. “Marin te quiero”, sormontato da una corona. 2015. C’è spazio pure per una stella di Davide e due date. Una risalente al 1983, l’altra al ’70.

Sul muro di Santa Rosa c’è pure chi l’ha presa male. Nello specifico, un tal Francesco che il 10 luglio del 1999 dichiarava il suo amore per Chiara. Ed è stato molto probabilmente lo stesso a tornare successivamente sul posto scalpellando via quel “ti amo”, lasciandone in vita tuttavia il ricordo.

L’epicureismo, corrente di pensiero del mondo classico, lo conosciamo grazie anche al grandioso libro murale fatto incidere da Diogene di Enoanda in Asia Minore nel secondo secolo dopo Cristo. Una straordinaria e importantissima sintesi di tutto l’epicureismo, di cui molti frammenti devono ancora venire alla luce.

Storie di vita sui muri di Viterbo

Muri animati in connessione con il tempo e le cose in movimento. Persone che accanto ad essi hanno parlato, pianto, pregato e sono morte. Uomini e donne che sui muri hanno scritto. Gli effetti e i moti dei loro cuori. La necessità di agire.

Un muro, su ogni muro, c’è soltanto e solo un grande racconto. Lacerazioni dell’interiorità e contraddittorietà del volere. L’urgenza di un rimedio senza intermediari. Un muro è potenza effettiva. Non dice tutto, ma ciò che dice è vero. La verità, il bene più prezioso.

Un muro va letto come è stato scritto. Di getto, seguendo l’umore del momento. Lasciando per un solo istante da parte la morale, sorridendo di errori grammaticali e sciagure che di volta in volta capitano a chi scrive sui muri, con penne, giotto e pennarelli.

Un muro non risponde. Ma racconta sempre una cosa sola. Come la Trinità in Sant’Agostino. “Una cosa grande quanto tre cose insieme. Cosicché ciascuna di esse sia in ciascuna delle altre e tutte in ciascuna, ciascuna in tutte, tutte in tutte e tutte una cosa sola”.

“Alla fine ho conosciuto poco di te – sta scritto su un muro in via dell’Archetto -, ma è stato abbastanza per innamorarmi e troppo per lasciarti andare”. Poco oltre. “Se mi dici una cosa intelligente mi eccito”. Infine, “Marco ti amo”, scritto e cancellato dieci volte. L’undicesima è solo “odio”. Sta ancora lì.

“Siamo fatti della stessa sostanza dei sogni”, qualcun altro cita invece Shakespeare, sullo sportello in metallo del contatore dell’acqua. Accanto. E “ke ne sai?”. Per dire che i sogni non vanno solo rivendicati ma pure argomentati. Realizzati, non soltanto inseguiti. L’uomo è il bambino ricostruito. Dice Freud.

Muri su cui s’è potuto scrivere, testimoniando tempi e secoli. L’attesa. Poi l’intuizione che niente è per sempre, e nulla è dato una volta per tutte. Dunque la memoria. La necessità di conservare quella meraviglia, vissuta quel giorno lì. Fosse stato anche un solo istante. Quel genere di apice che non tornerà mai più. La ricerca dell’eternità nell’oggi per lasciare traccia di sé nell’epoca.

“L’amore – scrive San Paolo – che si compiace della verità”. La più intima di tutte. “L’amore che tutto copre, crede, spera e sopporta. L’amore che non avrà mai fine”.

L’attesa. Poi l’intuizione che niente è per sempre, e nulla è dato una volta per tutte. Dunque la memoria. La necessità di conservare quella meraviglia, vissuta quel giorno lì. Fosse stato anche un solo istante. Quel genere di apice che non tornerà mai più. La ricerca dell’eternità nell’oggi per lasciare traccia di sé nell’epoca.

In via dell’Archetto sta scritto, infine, sulla porta di una cantina. Anonimo. Una ragazza.

“Ripenso alla prima volta che ti vidi quando entrambi rimanemmo immobili nella timidezza che ci circonda. Quell’estate che mai scorderemo perché da quel momento eri entrato a far parte della mia vita! Da allora fino ad oggi sono passati due anni, ma per me non sono stati lunghi, anzi mi hanno fatto capire che tu sei molto importante per me. Resti e resterai per sempre nel mio cuore, sarai il mio unico pensiero di ogni giorno, resterai la mia passione e il sogno che prima o poi realizzerò. Con la fermezza, la convinzione e la sicurezza di amarti”.

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